L’accesso alle cure dipende sempre più dai redditi delle persone. Cosa fare per ritrovare equità e tutela dei diritti
Il 23 febbraio scorso, presso la Sala del Refettorio della Biblioteca della Camera dei Deputati, è stato presentato il Rapporto di Ricerca “Quando i soldi non bastano – Il razionamento sanitario in Italia” (scaricabile gratuitamente qui) -, realizzato da Acli, Caf Acli, NeXt Nuova Economia per Tutti e dall’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, con il supporto di Comipa, Federcasse Bcc, Federazione Lombarda Bcc, Federazione Toscana Bcc e Iref.
La ricerca si basa sull’analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi trasmesse tra il 2019 e il 2024 ed evidenzia, come l’accesso alle cure in Italia sia fortemente condizionato dalla capacità economica dei singoli, facendo emergere questioni di equità sociale, di coesione territoriale e di effettività dell’universalismo del Sistema Sanitario Nazionale.
In un sistema formalmente accessibile a tutti, l’emergere di barriere economiche non si manifesta attraverso esclusioni esplicite, ma tramite un razionamento implicito che trasforma il reddito in una variabile decisiva per la tutela della salute.
L’analisi empirica mostra che, a parità di età e condizioni osservabili, la spesa sanitaria privata aumenta sistematicamente con il reddito: i contribuenti che appartengono agli scaglioni di reddito più bassi spendono tra i 1000 e i 2000 euro in meno all’anno in cure sanitarie rispetto ai più ricchi (non perché abbiano condizioni migliori di salute).
Il fenomeno è particolarmente evidente se si limita l’analisi al sottocampione dei contribuenti anziani a basso reddito, all’interno del quale la percentuale di persone che non dichiara alcuna spesa sanitaria privata raggiunge il 55-60%, a fronte di un 10-15% registrato fra gli anziani ad alto reddito.
Anche l’analisi della spesa farmaceutica evidenzia un duplice razionamento, quantitativo e qualitativo: i redditi più bassi acquistano meno farmaci e spendono meno per singolo trattamento, suggerendo interruzioni della continuità terapeutica o rinunce a cure e dispositivi di qualità superiore.
Significativi anche i risultati legati all’analisi dei Livelli Essenziali di Assistenza, che mostrano come una migliore attuazione dei LEA sia associata a una minore spesa sanitaria privata e, quindi, a una riduzione delle diseguaglianze di accesso alle cure. Questo effetto risulta particolarmente evidente per la componente di prevenzione. Quindi, il rafforzamento dei LEA sembra rappresentare una leva concreta per migliorare l’equità del sistema sanitario e limitare il razionamento implicito delle cure. In questa direzione, la recente sentenza della Corte Costituzionale (n. 4 del 22 gennaio 2026) rappresenta un punto di riferimento importante, stabilendo che “i fondi del Servizio sanitario regionale – che, per Regioni in piano di rientro [..] sono preordinati al finanziamento dei livelli essenziali di assistenza – non sono utilizzabili per spese [..] che non sono direttamente destinate a prestazioni sanitarie”.
Un ulteriore risultato di valore che emerge dal Rapporto riguarda il livello di consenso verso un SSN universalistico, ancora ampio e diffuso, che non è spiegabile esclusivamente da variabili economiche. Il reddito, considerato isolatamente, non genera differenze statisticamente significative nelle preferenze tra SSN universale e modelli più selettivi; esso diventa rilevante solo in correlazione con la condizione di salute. In particolare, si pone in evidenza che l’esperienza della malattia, soprattutto in presenza di patologie croniche, modifica profondamente le preferenze, rendendo più visibile il valore assicurativo e redistributivo del SSN, anche per i gruppi economicamente più forti. L’elemento decisivo dell’analisi è tuttavia rappresentato dalla dimensione comunitaria. Alti livelli di empatia, reciprocità, orientamento al bene comune e pratiche di convivialità attenuano o annullano le differenze di reddito e di stato di salute nelle preferenze, rafforzando il consenso verso un universalismo effettivo. La comunità emerge così come una variabile capace di ricomporre le tensioni generate dal razionamento sanitario implicito, andando oltre la dicotomia pubblico-privato e dando profondità interpretativa all’enunciato costituzionale dell’articolo 32, secondo cui “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Non è solo lo Stato, così come non è solo il mercato, a doversi fare carico della tutela della salute come diritto, ma è la Repubblica tutta (qui intesa come comunità), anche nelle sue formazioni sociali (formali e informali) a dover tutelare la salute sia come diritto, sia come interesse della collettività. In altri termini, la salute è una questione di interesse generale, che supera la dimensione privata. Dunque, solo nell’approccio del personalismo comunitario, secondo cui la libertà personale è intenzionalmente orientata al perseguimento del bene comune, può effettivamente attuarsi quanto costituzionalmente sancito.
Il Rapporto fa emergere la necessità di un nuovo modello di inclusione multidimensionale (economica, sociale, sanitaria, dimensioni alle quali si aggiungono per interconnessione quella lavorativa, formativa, ambientale), capace di equità intergenerazionale (sostenibilità del sistema nel tempo) e intra-generazionale (in termini di coesione). Il modello che si delinea è quello di un “Sistema Sanitario Nazionale Civile”, in cui Stato-Mercato-Comunità si muovono secondo i principi di solidarietà politica, economia, sociale e di sussidiarietà circolare.
Diverse le proposte per iniziare a rendere operativo questo nuovo modello. Una prima direttrice di intervento riguarda la progressività degli strumenti fiscali legati alla spesa sanitaria. La riforma delle franchigie e delle detrazioni può ridurre il peso della spesa sanitaria sui redditi bassi e medio-bassi, rafforzando la protezione finanziaria senza generare effetti distorsivi significativi. In secondo luogo, è necessario regolare in modo più equo l’integrazione tra pubblico e privato. L’introduzione di strumenti come voucher sanitari pubblici, attivabili solo in presenza di razionamento del SSN e utilizzabili nel privato accreditato, potrebbe garantire continuità di cura ai soggetti più fragili senza incentivare una privatizzazione indiscriminata. In questa direzione deve andare anche una maggiore efficienza della spesa pubblica, in particolare nel procurement di beni e dispositivi sanitari. In terzo luogo, è essenziale rafforzare i modelli di welfare di comunità che favoriscono l’accessibilità e la presa in carico collettiva, riducendo l’isolamento dei soggetti più fragili e contrastando attivamente l’esclusione economica. In quest’ottica, le reti di economia sociale e le mutue BCC rappresentano componenti strutturali di un sistema capace di integrare la sanità territoriale senza sostituirsi al pubblico.
Infine, la pianificazione sanitaria del futuro deve tener conto e integrare indicatori legati alla generatività sociale e al Ben Vivere, oltre a una misurazione sistematica delle diseguaglianze di accesso alle cure. In altri termini, misurare il fenomeno del razionamento sanitario, reso possibile in questo Rapporto proprio dall’integrazione degli osservatori ACLI e NeXt Economia, significa rendere lo stesso politicamente rilevante e invitare la politica a guardare alle politiche sanitarie sia in termini di efficienza, sia in termini di equità e di reciprocità.

- Lorenzo Semplici: Phd, Responsabile del Centro Studi e Valutazioni di NeXt Nuova Economia per Tutti APS ETS
