Il lavoro non basta più

Emiliano Manfredonia

C’è un momento, ogni anno, in cui ci fermiamo a ricordare che il lavoro è la pietra su cui è stata costruita la nostra democrazia.

Il Primo Maggio è quella data: non una celebrazione rituale, non una festa tra le altre, ma un appuntamento con la memoria di chi ha pagato un prezzo altissimo perché il lavoro umano avesse dignità, misura, protezione. Sarebbe però un torto a quella memoria usarla come schermo per non guardare in faccia ciò che accade oggi. E quello che accade merita di essere detto con chiarezza, anche e soprattutto il primo maggio.

I dati che le ACLI e il nostro IREF hanno raccolto attraverso sei anni di dichiarazioni fiscali – milioni di storie reali, non campioni statistici – restituiscono un quadro che brucia. La trappola del lavoro povero non si è risolta. Non nei sei anni più turbolenti dell’economia italiana recente: pandemia, rimbalzo, inflazione, ripresa dell’occupazione. Eppure quasi due lavoratori su tre che nel 2020 si trovavano nel gradino più basso della scala dei redditi nel 2025 sono rimasti esattamente lì. E quattro lavoratori regolari su dieci – persone con contratto stabile, che lavorano e pagano le tasse – hanno visto il loro salario reale erodersi, silenziosamente, mese dopo mese. La Costituzione, all’articolo 36, garantisce una retribuzione sufficiente per un’esistenza libera e dignitosa. Quella promessa, per troppi, è rimasta lettera morta.

Proroghe e rattoppi: cosa ci dice il decreto lavoro in arrivo
In questo contesto arriva — proprio alla vigilia del Primo Maggio, quasi a celebrare la ricorrenza con un atto simbolico — il decreto lavoro che il Governo intende portare in Consiglio dei Ministri il 28 aprile. Cosa prevede? Stando alle notizie disponibili: la proroga degli incentivi per le assunzioni di under 35 e di donne nelle aree Zes, qualche ipotesi di bonus sulla quattordicesima, risorse sul Fondo nuove competenze. Misure in sé non disprezzabili, che rispondono a bisogni reali, seppur limitati. Ma che non cambiano la natura del problema né incidono sui temi fondamentali.

Il punto è esattamente questo: si continua a rattoppare, a prorogare, a mettere una toppa qui e un bonus là, ma il tessuto (sociale) sotto continua a sfilacciarsi. Incentivare le assunzioni è utile, ma non risponde alla domanda di fondo: perché in Italia lavorare non basta più a vivere dignitosamente? Perché la crescita occupazionale degli ultimi anni non si è tradotta in una crescita reale dei salari? Perché la precarietà contrattuale e la precarietà abitativa continuano a camminare fianco a fianco, alimentandosi a vicenda? A queste domande il decreto non dà risposta. È evidente, non c’è il coraggio di passare da una logica di gestione dell’esistente a una logica di costruzione di un sistema diverso.

Le ACLI, da oltre ottant’anni, accompagnano le persone nei momenti più concreti della loro vita lavorativa: la dichiarazione dei redditi, la pratica previdenziale, la vertenza sindacale, la formazione professionale, la ricerca di un’occupazione. Da questa posizione privilegiata – quella di chi vede le persone non nei sondaggi ma agli sportelli – lo diciamo con rispetto ma con fermezza: il Paese e i suoi cittadini hanno bisogno di un cambio di paradigma, di politiche strutturali sul lavoro, non di provvedimenti emergenziali da reiterare ogni anno.

La pace come scelta economica: il richiamo dei Vescovi
In questo quadro, non possiamo non raccogliere il richiamo della Conferenza Episcopale Italiana sul tema della pace e della riconversione industriale. I Vescovi pongono una questione morale prima ancora che politica: dove stiamo orientando le risorse del Paese? La risposta che emerge è scomoda. Mentre i salari reali ristagnano, mentre le famiglie con figli piccoli rinunciano alle spese educative, mentre la sanità pubblica si ritira lasciando scoperte le fasce più vulnerabili, la spesa militare cresce. Non è un giudizio ideologico: è una questione di priorità. E le priorità di un Paese si leggono non nei discorsi, ma nei bilanci e nelle politiche che vengono implementate.

La riconversione industriale verso un’economia di pace non è un’utopia: è una strada concreta che altri Paesi stanno già percorrendo. Significa investire nella transizione energetica, nella cura delle persone, nella ricerca, nel manifatturiero sostenibile. Significa creare lavoro buono, stabile, retribuito equamente, non attraverso incentivi una tantum, ma attraverso una visione industriale di medio e lungo periodo che oggi manca clamorosamente all’agenda politica italiana.

Investire nell’industria bellica è drogare la nostra economia, drenare fondi pubblici, pensiamo all’enormità di denaro messo a disposizione dall’Europa con il piano ReArm Europe che prevede stanziamenti fino a 800 miliardi di euro per l’industria bellica non solo andranno a finire nella produzione di strumenti di morte, innescheranno un fasullo incremento industriale su strumenti non produttivi, su investimenti che non sono destinati a durare, far crescere l’economia (caso mai a distruggere civiltà, messaggio sdoganato dal presidente USA), l’effetto distorsivo si avrà nel momento della riconversione di queste aziende in produzioni civili. Come per una persona tossicodipendente, il calvario per una riabilitazione sarà lungo e costoso.

Non c’è bisogno e sicuramente non c’è utilità nell’investire in armi. Bisogna tornare ad investire nelle transizioni che già oggi sono in atto come quella sull’intelligenza artificiale, che può dare molti vantaggi come creare nuove disparità, o come quella ormai troppo ritardata della transizione energetica. Occorre investire sul capitale umano, in un mondo che usa il profitto con la logica della forza per cui si creano sempre più cittadini di serie a e di serie b dobbiamo rifondare i principi della libertà economica in base al bene comune prodotto, in base alla dignità che viene riconosciuta ad ogni lavoratore.

Questo Primo Maggio non ha bisogno di retorica. Ha bisogno di uno scatto di responsabilità collettiva. Le ACLI lo chiedono alle istituzioni: smettete di rattoppare, costruite. I bonus che scadono e si prorogano, gli incentivi che si esauriscono senza lasciare traccia strutturale, i fondi che arrivano in ritardo e con procedure inaccessibili per chi ne avrebbe più bisogno: tutto questo non basta. Investire sulle armi è una degenerazione inammissibile. Serve una visione del lavoro degno come fondamento del patto sociale, non come voce del bilancio da ottimizzare.

Lo chiediamo al mondo dell’impresa: la competitività vera non si costruisce tenendo bassi i salari, ma alzando la qualità del lavoro, investendo nelle persone, costruendo relazioni industriali mature. Lo chiediamo al mondo sindacale: le sfide nuove – le piattaforme, l’IA, il lavoro discontinuo – richiedono nuove forme di rappresentanza e nuove alleanze, non solo la difesa dell’esistente. Lo chiediamo a tutti noi: la tecnologia va governata con coscienza, con etica, con la consapevolezza che ogni scelta ha conseguenze per chi è più esposto.

Giovanni Paolo II parlava di “strutture di peccato” per descrivere quei sistemi che producono ingiustizia in modo sistematico, quasi meccanico, indipendentemente dalle intenzioni dei singoli. La trappola del lavoro povero che i nostri dati documentano ha questa natura: non è colpa di nessuno in particolare, ma è responsabilità di tutti. È una scelta.
Le ACLI, da sempre, stanno dalla parte di chi quella scelta vuole cambiarla. Alle ACLI, il Primo Maggio non è una data sul calendario. È un impegno rinnovato ogni giorno: nei circoli, negli sportelli, nei territori, nelle storie delle persone che ci portano i loro bisogni. Questo impegno non è cambiato in ottant’anni. E non cambierà.

Buon Primo Maggio

  • Emiliano Manfredonia: Presidente nazionale Acli Aps

 

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