L’analisi sociale, se è seria, va fatta con spirito di comprensione. Se le tensioni sociali trovano solo risposte penali, il sociale e il penale si impoveriscono a vicenda. È più facile reprimere che educare. Il terreno dell’ascolto e del dialogo è l’unica strada percorribile
“Rebel without a cause” è il titolo originale di un film del 1955 di Nicholas Ray che in Italia conosciamo come “Gioventù bruciata” e che, oltre a consacrare il mito cinematografico di James Dean, fece scoprire l’esistenza di un mondo giovanile che non appariva nei radar dell’opinione pubblica sui due lati dell’Atlantico.
L’espressione “ribelle senza causa” va intesa in senso proprio, perché le cause che possono portare ad una ribellione sono un conto, e possono anche essere molteplici, ma ci possono essere persone che si ribellano anche senza votarsi ad una causa specifica, senza farla propria, senza sposarla fino in fondo, che è esattamente il passaggio politico che distingue il ribelle dal rivoluzionario.
Intendo dire che la percezione dell’intollerabilità della propria situazione personale e generazionale non produce di per sé stessa l’anelito al cambiamento sociale e politico, quello viene dopo, anche se ovviamente può crearne i presupposti.
I cittadini milanesi che diedero l’assalto al prestin di scansc descritti da Manzoni nel XII capitolo dei “Promessi sposi” non erano rivoluzionari: erano gente che aveva fame e che desiderava soddisfare un bisogno primario per sé e per le proprie famiglie, prova ne sia che la rivolta rientrò rapidamente appena il cancelliere Ferrer fece modificare il calmiere dei prezzi.
I milanesi di prima, seconda o terza generazione che hanno dato l’assalto alle vetrine di via Torino, invece, che cosa sono? Ma più in generale, che cosa si può cogliere di un movimento sociale in atto?
Frammenti, evidentemente. Linee di tendenza, forse. Ipotesi di sviluppo, che però sono soltanto ipotesi perché nessuno ha la palla di vetro per leggere il futuro, e chi si comporta come se la avesse o è un bugiardo o è uno sciocco.
Peraltro, i movimenti sociali non vivono sottovuoto, ma sono inseriti, come tutti noi, in una camera degli echi dove possono entrare molte cose, suggestioni esterne, manipolazioni, infiltrazioni, a maggior ragione se non ci troviamo di fronte a soggetti strutturati che hanno qualche nozione di come si tiene una piazza.
Certo si può passare dalla ribellione momentanea a quella più strutturata, ma questo richiede, appunto, un di più di coscienza politica, come è accaduto ad esempio alla rivolta studentesca serba, che è partita da un episodio gravissimo ma apparentemente circoscritto ( il crollo di una pensilina della stazione di Novi Sad, che il 1 novembre 2024 ha causato la morte di 16 persone), e che si è allargato via via che si evidenziava come dietro a quel crollo vi fosse un giro di appalti truccati e di lavori pubblici al ribasso, i quali a loro volta erano espressione della strutturale corruzione del governo di Aleksandar Vucic e del suo partito, e che ha portato a grandi manifestazioni, spesso represse brutalmente, e alla crescita del malcontento verso una gestione autoritaria ed inefficiente, che è culminata, alle recenti elezioni parlamentari nella strepitosa vittoria della cosiddetta “Lista studentesca”, segno della possibilità concreta della possibilità di dare uno sbocco politico a quella che era una rivolta nata dall’emozione per 16 vite perse stupidamente.
Come hanno fatto notare molti analisti, all’interno del blocco vincente ci sono molte idee diverse, che vanno dall’europeismo liberale di alcuni che vorrebbero muoversi rapidamente per una piena integrazione della Serbia nell’UE al nazionalismo di chi vorrebbe riprendersi il Kosovo seduta stante. E tuttavia, in attesa di una sintesi politica che prima o poi dovrà avvenire, è un dato di fatto che il primo passo verso la politicizzazione della ribellione qui è stato fatto, ed anzi ora i ribelli di ieri dovranno rapidamente diventare i governanti di domani.
L’analisi sociale, se è seria, va fatta con spirito di comprensione che non è condiscendenza corriva e nemmeno atteggiamento da zoologi di fronte a qualche bestia strana, ma genuina volontà di capire, di leggere il disagio, di trovare soluzioni.
Poi, certo, c’è la gestione dell’ordine pubblico, che è una cosa serissima, ma che purtroppo qualcuno confonde con l’imprenditoria della paura e con la moltiplicazione delle fattispecie di reato che non si riesce nemmeno a perseguire, generando la stessa sensazione deprimente che provavano le persone per bene nella Milano seicentesca rispetto alle “grida” dei governatori spagnoli che rimanevano regolarmente sulla carta.
Come è stato osservato giustamente: “Quando ogni tensione sociale trova una risposta penale, il sociale e il penale si impoveriscono a vicenda; e le multe ai genitori colpiranno soprattutto le famiglie più fragili, trasformando due volte la povertà in colpa. Non c’è più spazio per recludere e, purtroppo, sembra non esserci più tempo per comprendere, che non è sinonimo di giustificare. Papa Francesco lo aveva detto con parole semplici: «È più facile reprimere che educare». Più facile, appunto, non più giusto né più efficace.”[1]
Certamente il problema non si risolve arrestando un giovane intellettuale di origine marocchina dalle posizioni politiche insostenibili ed inaccettabili, che più che dirigere un movimento che forse non esiste o forse non è ancora tale sembra avervi voluto mettere sopra un cappello sopra, come del resto stanno facendo in molti, sia attraverso la retorica dell’ascolto senza capacità di comprensione sia attraverso quella dell’interpretazione puramente securitaria o complottistica ( gli islamici, i russi, tutti e due insieme…) di un problema sociale più ampio. Fermo restando che nella “camera degli echi” di cui si parlava prima possono esservi fenomeni di destabilizzazione manovrata, senza che questo tolga nulla alle cause profonde del malessere.
“Si tratta di trasformare la diversità in una risorsa, il pluralismo in una ricchezza di apporti. Dentro questa opera condivisa ognuno troverà le proprie motivazioni e il proprio modo di operare, “di sporcarsi le mani nel cantiere del nostro tempo” (M. H. § 16). L’appello dunque è a fare “dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità”, nella convinzione che “nessuna mano, da sola, è sufficiente a sostenere il peso delle sfide che attraversano il mondo; e nessuna è così debole da non poter offrire il proprio contributo” (M. H. § 13)”.[2]
Magari questo servirà a superare la sensazione opprimente di non avere un’opinione pubblica, ma bande di tifosi che regolarmente si scagliano l’uno contro l’altro senza nemmeno ascoltarsi.
NOTE:
[1] M.PERITO “Punire non è proteggere” (22.10.2026) in https://www.acli.it/punire-non-e-proteggere/
[2] F. GARELLI “Magnifica Humanitas e Dottrina sociale della Chiesa” (8.10.2026) in https://www.rivistailmulino.it/a/i-magnifica-humanitas-i-e-dottrina-sociale-della-chiesa
- Lorenzo Gaiani: Consigliere di amministrazione della Fondazione Achille Grandi, componente dello staff del presidente nazionale delle Acli e responsabile ufficio delle Acli milanesi
